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Relazione sui combattimenti di Pozzuolo
del Friuli 1917
Da Wikisource.
Copia
della relazione presentata dal Colonnello
Campari Carlo - Comandante il Reggimento
Lancieri di Novara, alla Commissione
di interrogatorio dei prigionieri
di guerra rimpatriati quali invalidi
e rispondente al formulario posto
da detta Commissione presieduta da
S.E. il Tenente Generale Zuccari.
La II° Brigata di Cavalleria aveva
ricevuto il 29 Ottobre 1917 la missione
di occupare Pozzuolo del Friuli e
di difendere quella località
sino a tutto il 30, dall'invasione
nemica e proteggere la ritirata delle
truppe che pel ponte della Delizia
ripiegavano sulla destra del Tagliamento.
Nel pomeriggio del 29, verso le le
ore 15, doppo opportuna esplorazione,
perchè in paese erano stati
avvistati nemici la Brigata entrò
a Pozzuolo.
Il Comandante la Brigata assegnò
la difesa di metà del paese
al Reggimento Genova e di metà
al Reggimento Novara; diede l'ordine
di asseragliarsi e di spingere ricognizioni
della forza di un plotone ciascuno:
Novara su Pasian di Prato, Campoformido
e Pasian Schiavonesco, guardando le
provenienze di Carpeneto di S.Maria
di Sclaunicco Mortegliano.
Fu assegnato lo sbocco verso Carpeneto
al I° Squadrone e Squadrone Mitraglieri
verso S.Maria di Sclaunicco al 4°
squadrone e verso Mortegliano al 5°
Squadrone. Il Reggimento non aveva
che questi 3 Squadroni perchè
il 3° era colla 36^ Divisione
di Fanteria , ed il 2° in causa
della malaria era ridotto a 20 disponibili
combattenti, che per mio ordine erano
stati assegnati per scorta allo squadrone
mitraglieri, ma di poi 12 Lancieri
furono inviati su richiesta al Comando
della 1^ Divisione di Cavalleria e
ne rimasero solo 8; il rimanente Squadrone
cioè cavalli erano riuniti
col carreggio a Lestizza, dove erano
rimasti un uomo per ogni 3 o 4 cavalli.
Sull'imbrunire del 29 cominciò
a segnalarsi l'avvicinarsi del nemico,
da prima in pattuglie, poi compagnie
con mitragliatrici le aprirono e risposero
al fuoco dei nostri a larghi intervalli;
nella notte il numero dei reparti
nemici andò aumentando.
I plotoni inviati in esplorazione
disimpegnarono bene il loro servizio
e segnalarono ripetutamente l'avanzare
del nemico; nell'esplicare il loro
mandato ebbero vicende varie e piccoli
scontri; il plotone del I° Squadrone
dovette combattere a piedi per togliersi
da un'imboscata che il nemico gli
aveva teso a Campoformido, ove nella
chiesa già aveva rinchiuso
delle truppe di fanteria nostre prigioniere.
Il fuoco da ambo le parti, lento nella
notte, si fece sul mattino più
intenso a zone e numerose mitragliatrici
furono dal nemico portate in linea;
poi aprì il fuoco anche con
Artiglieria. Verso le 12 vi fu un
attacco al paese, alcuni reparti nemici
vennero all'assalto, ma furono respinti.
Gli Sqi. di Novara erano tutti impegnati
nella difesa, ma ogni Squadrone non
disponeva al fuoco che di circa 60
moschetti. La mancanza di uomini era
dovuta alla malaria che aveva decimato
gli Squadroni, mentre i Complementi
che avrebbero dovuto raggiungerci
il 27 ne erano stati impediti.
Una Brigata di fanteria (25° 26°,
Col. Brigadiere Balbi) giunge verso
le ore 11 del 30 a Pozzuolo, dovrebbe
avanzare verso Zugliano, appena uscito
da Pozzuolo però si arresta,
in parte prende posizione a nord ovest
del paese, ma pochi elementi rimangono
poi sulla linea del fuoco mentre il
resto ripiega in paese, dietro i nostri
Squadroni, nelle case e nei cortili.
Verso le ore 13 l'attacco nemico si
fa più intenso e viene rinnovato
l'assalto, ma ancora inutilmente sulle
difese di Novara, mentre verso Sammardecchia
dove sono le difese di Genova, già
si battono per contrastare le barricate.
Il Comandante la Brigata ordina che
uno Squadrone di Novara monti a cavallo
per caricare il nemico onde alleggerirne
la pressione.
Il 4° Squadrone, da me destinato,
(sostituito alle barricate da una
Sez mitragliatrici di fanteria che
era di riserva in paese, e che il
Generale Emo ottiene dal Comandante
la Brigata di fanteria) monta a cavallo
e carica in modo ammirevole e successivamente
diversi reparti di fanteria nemica.
I superstiti si danno alla fuga e
lo Squadrone viene così a compiere
un mezzo giro intorno al paese e rientra
per lo sbocco verso Mortegliano.
La carica ottiene l'effetto di una
mezz'ora di sosta nel combattimento
ed il Comandante la Brigata ne approffitta
per inviare la Comando della VII^
Divisione, a S.Maria di Sclaunicco,
informazioni sulla situazione ormai
assai critica.
Il 4° Squadrone riceve l'ordine
di ritornare alle barricate, fa un
rapido controllo da cui risulta che
molti cavalli sono feriti e che mancano
pochi uomini, mentre il nemico ha
avuto molte perdite che furono distintamente
apprezzate dalle nostre truppe della
difesa che entusiasticamente hanno
assistito alle cariche condotte con
mirabile ordine e slancio.
Nuove fanterie e nuove mitragliatrici
intanto spraggiungono di rinforzo
al nemico. Verso Sammardecchia, Genova
viene respinto dalla barricata da
forze preponderanti le quali dopo
assalti alla baionetta e lotte a corpo
a corpo si infiltrano in paese. La
situazione dei miei Squadroni si va
facendo sempre più grave, il
combattimento a piedi degli Squadroni
è stato ininterrotto dall'alaba
in poi, con parecchi contrattacchi,
lecartucce della dotazione sono state
esaurite da tempo, ma fortunatamente
ho potuto dare un rifornimmento per
alcune casse di cartucce rinvenute
sotto un porticato, ma anche queste
stanno per finire e lo Squadrone mitraglieri
non ha più che pochi caricatori.
Il Generale di Fanteria ed alcuni
Ufficiali di quella Brigata energicamente
intervengono per tentare di portare
le fanterie alla difesa, ma sono impotenti
davanti alla resistenza passiva della
massa e solo pochi uomini ed alcune
mitargliatrici entrano in combattimento.
Verso le 16.30 l'intensificare del
fuoco di mitragliatrici e di artiglieria
segnala per prossimo un altro attacco
generale. Il Comandante la Brigata
di Cavalleria nell'allontanarsi dalla
piazza in direzione delle difese di
Genova mi manda l'ordine di far rinnovare
le cariche al 4° Squadrone. Invio
un ciclista al 4° che subito è
in sella, ed io pure decido di montare
a cavallo col mio Stato Maggiore e
Pattuglia telefonisti pronto a recarmi
alla testa di questo drappello dove
avessi ritenuto essere utile anche
questo piccolo rinforzo, certo più
efficace nel suo intervento a cavallo.
Alcuni nemici già sbucano in
piazza del paese.
Mi giunge avviso che lo Squadrone
di Genova che guerniva la barricata
verso Lavariano è montato a
cavallo ed uscito alla carica, in
pari tempo so che il I° Squadrone
di Novara, esaurite le munizioni,
si è slanciato alla baionetta,
al contrattacco, ed il 5° Squadrone
che opportunamente aveva già
fatto parecchie sortite per allontanare
il nemico, sta per dover fare altrettanto.
Mi sposto verso il 5° Squadrone
e mentre invio l'ordine a questo di
lasciare immediatamente la barricata
e di montare a cavallo provvedo col
mio drappello a prevenire sorprese
di dove Genova ha tolto la difesa.
In pochissimi minuti lo Squadrone
è in sella. Il tiro nemico
continua ad infuriare, e le grida
di assalto ed il suon di trombe ed
il tiro di artiglieria sono al colmo.
Il nemico avanza credendo venire alla
baionetta contro gli appiedati del
5° Squadrone. Mi pongo alla testa
del 5° Squadrone e attarverso
le barricate, mi slancio sul nemico
che avanzando è giunto a pochi
metri da queste. La carica ha facilmente
ragione delle prime truppe sbucate
sulla strada e che venivano all'assalto
sulla barricata, ma in pari tempo
da numerose mitragliatrici nemiche
appostate sulla nostra sinistra, dietro
a filari di viti, ed a feritoie del
muro di cinta del Cimitero, viene
concentrato un violentissimo fuoco
sopra di noi. Giudico subito impossibile
per la natura del terreno e pel fil
di ferro, il volgere la mia carica
su di quelle e decido per sottrarmi
al fuoco di continuare in carriera
per la strada. Però non appena
mi credo fuori tiro ed il terreno
consente mi getto in un campo vicinore
e fatto nuovamente fronte a Pozzuolo
faccio riordinare lo Squadrone. Le
perdite sono state relativamente poche,
il fitto del grandinare delle palle
era passato distintamente sopra le
nostre teste. Mentre mi accingo a
ritornare, attraverso campi, verso
Pozzuolo vengo fatto segno a tiro
vicino di artiglieria e di una mitragliatrice,
i fanti vengono caricati, la mitragliatrice
resta invisibile. I numerosi fossi,
profondi e malagevoli al salto ed
al passaggio, per terreno melmoso
per le continue piogge, mi costringono
a deviare parecchie volte, e mi portano
sulla strada Lavariano-Mortegliano.
Mentre dal campo passo sulla strada,
due mitragliatrici piazzate distintamente
sotto un portico di un cascinale aprono
il fuoco addosso a poche diecine di
passi. Nuova carica su quelle, rovesciamento
di materiale con fuggi fuggi dei superstiti
nemici. Ordino la radunata e mentre
mi avvio alla strada mi viene aperto
il fuoco contemporaneamente e dalla
parte di Mortegliano e dalla parte
Lavariano, un nostro soldato di fanteria
che giaceva ferito ed accovacciato
sul margine della strada, da me interrogato,
dice che Mortegliano è occupato
dai nemici. Preso tra due fuochi comprendo
di essere capitato in un intervallo
di una colonna nemica, e decido per
Mortegliano di portarmi a S.Maria
di Sclaunicco dove avrebbero dovuto
essere il Comando della VII^ Divisione.
Il 5° Squadrone nella radunata
dopo la carica alle mitragliatrici,
nel passare la strada, mi aveva, in
parte, oltrepassato e conosciuto il
mio ordine di marciare su Mortegliano,
attratto dal fuoco nemico già
aveva ripreso la carica; Mortegliano
in quel momento era invece ancora
occupato dai nostri, i nemici avevano
quasi accerchiato il paese e stavano
in quella svolgendo un attacco per
impadronirsene.
Io oramai impossibilitato dato l'andatura,
la strada, il terreno, a riportarmi
alla testa dello Squadrone, ne seguo
la carica. Viene sfondato il passaggio
su Mortegliano attraverso le truppe
nemiche ed in piena carriera si entra
in paese. Le prime truppe italiane
di fanteria che erano alla difesa
del paese, ed in paese stesso si vedono
arrivare quest'ondata violenta di
Cavalleria, non riconoscono la nazionalità
e ci rovesciano addosso un fuoco a
bruciapelo di pistole mitragliatrici
e fucileria. La strada è sgombra
ed il Capitano Scozia comandante il
V° Squadrone, o perchè
non riconosce l'errore dei fanti o
perchè vuol sottrarsi al fuoco
continua in carriera svoltando per
S.Maria di Sclaunicco. Io, che dall'ingresso
in paese, allargandosi la strada,
sto guadagnando terreno, riconosco
le fanterie nostre e lancio il grido:
"Italia" grido che viene
ripetuto dalla colonna; il fuoco dei
nostri su di noi gradatamente cessa
ma parecchi lancieri e cavalli sono
caduti. Nel saltare un groviglio di
questi il mio cavallo fa un mezzo
ruzzolone così da toccar terra
con la testa e coi ginocchi, ma si
riprende ed io rimango in sella, basta
questo tempo perchè la truppa,
che mi segue in carriera, mi sorpassi,
oltrepassi il ponte sul Cormor e scompaia
nella via avvolto dal fuoco concentrato
di fucileria e mitragliatrici nostre
e nemiche.
La massa ha nuovamente sfondato, ma
sarebbe impossibile e puerile voler
da solo, ormai, attraversare quella
zona. Vedo alcuni Ufficiali dei bersaglieri
in un portone, mi indicano il loro
colonnello (del 21°) e mentre
il tiro a raffiche di mitragliatrici
batte la strada, dalle case mi si
grida di sgomberare, riparo in un
cortile, salto a terra, consegno il
cavallo al trombettiere che giunge
correndo dopo aver ruzzolato col cavallo,
riattraverso la strada e mi reco dal
colonnello dei bersaglieri per avere
informazioni sulla situazione e decidere
il da farsi per raggiungere i miei.
Il colonnello dice che da parecchio
tempo stanno combattendo e che in
questo momento si va accentuando un
attacco perlochè non ritiene
possibile l'uscir dal paese, e si
allontana dicendomi che fra poco tornerà
a ragguagliarmi sulla situazione.
Io penso di aspettare che si faccia
più buio per poi tentare l'uscita
dal paese in qualche modo, e rimango
sotto il porticato della casa dove
avevo parlato col colonnello, e che
è adibito a posto di medicazione.
In questo momento giungono a piedi
il Tenente Carlo Basile ed il Maresciallo
Zappatore Coda, contusi in seguito
a caduta per la morte del rispettivo
cavallo, edi Maresciallo Longari del
5° Sq. con tre pallottole in un
braccio; vedo pure a piedi il Cappellano
del reggimento Don Prosocco, ma subito
si allontana per andare alla ricerca
di nostri feriti.
Mentre mi accingo a riattrevarsare
la strada per raggiungere i cavalli,
il fuoco nemico si fa più violento,
con artiglieria e mitargliatrici,
e mentre un temporalone denso e nero
ci avvolge improvvisamente nel buio
si scatena l'assalto nemico, travolge
la difesa del ponte e come una valanga
invade il paese sparando e lanciando
bombe a mano, e plotoni e compagnie
irrompono nelle case. nel sottoportico
dove mi trovo, si rifugiano alcuni
bersaglieri e si continua a sparare
sinchè una bomba a mano lanciata
sul portone fa largo all'ingresso
costringendoci a retrocedere in una
camera vicino, ma subito un forte
nucleo di nemici urlando e sparando
invade anche questa, e forti per armi
e per numero rendono vana ogni difesa,
e ci dichiarano prigionieri.
Non vi sono che 4 o 5 bersaglieri
feriti e doloranti, il Cappellano
dei bersaglieri che presta i conforti
religiosi ad un agonizzante, i due
marescialli, il trombettiere, il Tenente
Basile ed io.
Poco dopo, sulla strada si vede e
si apprende con quali forze è
stato fatto l'attacco di Mortegliano,
il nemico vi ha impiegati 7 Battaglioni
con mitragliatrici, un Battaglione
d'assalto con bombe a mano ed artiglieria
imprecisata.
Il Reggimento in unione al Reggimento
Genova ha quindi contrastato il passaggio
per Pozzuolo del Friuli fino all'imbrunire
del 30, cioè insino a che vi
furono cartucce e forze in mano ai
comandanti, perchè come sopra
detto i tre Squadroni disponevano
ognuno di 70 lancieri circa, ed il
logorio di uomini fu continuo per
tutto il 30.
Il contegno dei reparti in combattimento
fu sotto ogni rapporto degno di elogio.
Ogni ufficiale, ogni Lanciere cercava
moltiplicarsi per rendere maggiormente
efficace la sua opera, lo spirito
aggressivo era generale, il contegno
era da fidi e valorosi soldati, ed
era così di tutti.
La 1^ carica compiuta dal 4° Squadrone
al Comando del Capitano Sezanne riscosse
grida di ammirazione da parte delle
nostre fanterie che vi assistevano,
edi il capitano nel guidare le cariche
fu ardito e calmo ricercando successivamente
vari obbiettivi. Valoroso fu pure
il 1° Squadrone al comando del
Capitano Capasso e poi del Tenente
De Bartolomeis nei ripetuti attacchi
alla baionetta contro forze preponderanti;
ed il 5° Squadrone al Comando
del Capitano Scozia nella difesa del
suo Settore, ed il Capitano Bacci
col fermo impiego dello Squadrone
mitraglieri.
Individualmente poi segnalo l'atto
di valore del Cappellano Prosocco
il quale di sua iniziativa montò
a cavallo ed uscì di Pozzuolo
per la strada di Carpeneto con un
carro che requisì sul posto,
percorrendo la strada sotto il fuoco
nemico per rintracciare un Colonnello
di fanteria gravemente ferito che
era stato segnalato dalle nostre pattuglie.
Caricò sul carro il ferito
e lentamente accompagnandolo stava
per rientrare in Pozzuolo quando sorpreso
da forte nucleo di nemici dovette
sottrarsi al loro fuoco ed alla cattura
colla velocità del suo cavallo.
Spiccatamente ardito fu il trombettiere
Mabellini pietro nell'azione a cavallo
tra Pozzuolo e Mortegliano; egli per
ben due volte vedendo il Colonnello
sottoscritto impegnato nella carica
sulle mitragliatrici e fatto segno
in pari tempo a fuoco di gruppi nemici,
da solo si slanciava sui nemici stessi,
ed il suo valore ebbe ragione sui
molti che in parte atterrava ed in
parte fugava sciabolando e sparando
la pistola con alternata foga.
Le perdite del reparto non mi fu dato
precisarle neppure in modo approssimativo.
Io mi ritrovai miracolosamente illeso
anche dopo il fuoco a bruciapelo dei
nostri e così illeso fui catturato.
Non mi furono sottratti documenti
di sorta; dopo la cattura, nel buio
distrussi gli ordini e le carte di
servizio che avevo con me.
Appena, dopo la cattura, ebbi l'occasione
di dichiarare la mia qualità
di Ufficiale e di Colonnello ebbi
trattamento speciale personale sempre
deferente, ed in special modo da chi
veniva a sapere che ero il Comandante
dei Lancieri di Novara, a Cormons
un aiutante di Campo di un generale
mi disse, in buon italiano, "Voi,
Cavalleria, avete combattuto molto
bene ma inutilmente, mi compiaccio
con lei Colonnello; noi non ci si
immaginava mai la ritirata vostra
al Tagliamento e si calcolava di dovere
impiegare 4 settimane per arrivare
a Cividale."
L'unico interrogatorio subito fu a
Ipplis dove fui richiesto a che Reggimento
appartenevo e dove ero stato catturato
ed alla mia dichiarazione che non
avevo nulla da aggiungere a quei dati
di Reggimento e località non
ebbi altre richieste. Non fui perquisito.
A Mortegliano fui incolonnato cogli
Ufficiali del 38° e 240° Fanteria,
dietro veniva la truppa degli stessi
Reggimenti. Si marciò sino
verso le 23 e si pernottò sui
banchi della Scuola di Pavia di Udine.
Si ripartì alle 9 del 31 e
ci si fermò a sera al ponte
sul Versa presso Cormons, ma essendosi
trovato il ponte distrutto si ebbe
ricovero per la notte nei baraccamenti
in quei pressi, si riparti il 1°
e si andò a Gorizia dove si
pernottò, si ripartì
da Gorizia il 2 Novembre verso le
7 e dopo una diecina di Kilomteri
ci raggiunse un'automobile che aveva
l'ordine di prendervi i tre Colonnelli
(Col. Silvestri del 38°, Col.Taddeini
del 240°; ed io) e si andò
in auto ad Idria, di lì in
auto sino alla stazione di Vert e
quindi in treno sino a Lubiana. A
Lubiana si rimase il giorno 3 e 4,
ed il 5 in treno (3^ classe) si ripartì
per Mauthausen passando per Gratz;
si giunse a Mauthausen l'8 mattina.
Dopo una disinfezione al corredo e
bagno fui inviato al gruppo baracche
ufficiali e vi ebbi assegnata una
camera da solo.
Le condizioni igienico sanitarie del
gruppo vi erano buone, e tali si mantennero
sempre. La vita materiale era possibile,
la razione viveri assegnata dagli
austriaci agli ufficiali era sufficiente
per vivere, tuttavia ho passato parecchie
notti insonni per la fame.
Avendo sofferto subito, appena giunto
a Mauthausen, e dipoi ripetutamente
ed a lungo per nevralgie e flussioni
ai denti, passai i 5 mesi quasi sempre
nella mia camera, e dopo una ventina
di giorni di vita vegetativa avendo
attutito il vivo del profondo dolore
ed accasciamento morale passai le
giornate leggendo libri a caso così
come mi era dato trovare presso gli
Ufficiali del campo.
La disciplina nel campo vi era conservata;
trovai tanto gli Ufficiali che la
truppa molto rispettosi e deferenti.
Ebbi pochissime relazioni col Comando
ed Ufficiali austriaci, avendo avuto
nel Novembre delle flussioni ai denti
ed un accenno di bronchite il tenete
medico austriaco, da me fatto invitare,
venne a visitarmi, ed avendogli esposte
le mie condizioni generali di salute,
ed il desiderio di essere sottoposto
alla visita della Commissione medica
per essere rimpatriato, trovò
che era un pò prematuro, ma
finì coll'aderire. Dovetti
attendere sino ai primi di Gennaio,
e venuta finalmente la Commissione
medica di Linz dopo la visita fui
dichiarato invalido, il rimpatrio
però fù rimandato insino
al 26 Marzo perchè molti altri
avevavno titoli di precedenza o per
gravità di malattia o per visita
anteriore.
La diagnosi in base alla quali ottenni
il rimpatrio non la conobbi, io fui
specialmente visitato in relazione
al forte catarro bronchiale che accusavo
e per il deperimento organico generale
che mi veniva dal fatto di poter mangiare
poco anche di quel poco che mi si
dava per il mal di denti.
Conobbi il Comandante austriaco del
campo solamente ai primi di Marzo
nel giorno che venne il Nunzio Pontificio
M.Valfrè a visitarci.
Non essendo mai uscito dal campo Ufficiali
nulla so dire sulle condizioni dei
Gruppi Baracche di truppa se per non
sentito dire dei patimenti di freddo
e di fame.
A Mortegliano credo effettivamnente
vi fossero 7 Battaglioni ed il Battaglione
d'assalto che un cadetto austriaco,
che ci diceva di odiare i tedeschi
e che parlottava italiano, ci dichiarò
che avevano concorso all'attacco.
Da Mortegliano a Pavia di Udine trovai
il vuoto, non un soldato, non un cenno
di movimento alcuno, a Pavia di Udine
il mattino del 31 vidi poche truppe
di fanteria, poi di nuovo il vuoto
insino a Cormons dove erano invece
parecchi Reggimenti e molta Artiglieria.
Mi si disse, non vidi, che ad Ipplis
vi erano due Squadroni austriaci.
Dopo Gorizia trovai forti agglomeramenti
di truppe che si avviavano all'Isonzo.
debbo dire però che gli austriaci
non ci fecero percorrere gl'itinerari
più brevi, ma dei percorsi
che ogni Comandante di scorta aveva
ricevuto per tassativo in iscritto,
evidentemente per non ingombrare dove
erano le loro truppe. Sulle condizioni
interne dell'Austria non mi risulta
che quanto apprendevo dai giornali
austriaci stessi, e dai commenti che
ne venivano fatti sui forti prezzi
delle derrate.
L'Austria è certamente a corto
di molte e molte materie di necessità,
alimentari e non, ma la popolazione
ha un'educazione sociale assai resistenete,
e coloro che non hanno resistenza
in loro stessi temono il gendarme
e la forza; vi fu uno sciopero generale
che serpeggiò nelle principali
città ma durò 24 o 48
ore, ma dai giornali mi parve rilevare
che la popolazione si accontentò
di parole e promesse e nulla più.
Il Reggimento Lancieri di Novara dipendeva
dal Generale Giorgio Emo Capodilista
Comandante la II^ Brigata di Cavalleria.
IL COLONNELLO già Comandante
il Reggimento Lancieri di Novara
Carlo CampariMonza 5 Aprile 1918 La
II° Brigata di Cavalleria aveva
ricevuto il 29 Ottobre 1917 la missione
di occupare Pozzuolo del Friuli e
di difendere quella località
sino a tutto il 30, dall'invasione
nemica e proteggere la ritirata delle
truppe che pel ponte della Delizia
ripiegavano sulla destra del Tagliamento.
Nel pomeriggio del 29, verso le le
ore 15, doppo opportuna esplorazione,
perchè in paese erano stati
avvistati nemici la Brigata entrò
a Pozzuolo.
Il Comandante la Brigata assegnò
la difesa di metà del paese
al Reggimento Genova e di metà
al Reggimento Novara; diede l'ordine
di asseragliarsi e di spingere ricognizioni
della forza di un plotone ciascuno:
Novara su Pasian di Prato, Campoformido
e Pasian Schiavonesco, guardando le
provenienze di Carpeneto di S.Maria
di Sclaunicco Mortegliano.
Fu assegnato lo sbocco verso Carpeneto
al I° Squadrone e Squadrone Mitraglieri
verso S.Maria di Sclaunicco al 4°
squadrone e verso Mortegliano al 5°
Squadrone. Il Reggimento non aveva
che questi 3 Squadroni perchè
il 3° era colla 36^ Divisione
di Fanteria , ed il 2° in causa
della malaria era ridotto a 20 disponibili
combattenti, che per mio ordine erano
stati assegnati per scorta allo squadrone
mitraglieri, ma di poi 12 Lancieri
furono inviati su richiesta al Comando
della 1^ Divisione di Cavalleria e
ne rimasero solo 8; il rimanente Squadrone
cioè cavalli erano riuniti
col carreggio a Lestizza, dove erano
rimasti un uomo per ogni 3 o 4 cavalli.
Sull'imbrunire del 29 cominciò
a segnalarsi l'avvicinarsi del nemico,
da prima in pattuglie, poi compagnie
con mitragliatrici le aprirono e risposero
al fuoco dei nostri a larghi intervalli;
nella notte il numero dei reparti
nemici andò aumentando.
I plotoni inviati in esplorazione
disimpegnarono bene il loro servizio
e segnalarono ripetutamente l'avanzare
del nemico; nell'esplicare il loro
mandato ebbero vicende varie e piccoli
scontri; il plotone del I° Squadrone
dovette combattere a piedi per togliersi
da un'imboscata che il nemico gli
aveva teso a Campoformido, ove nella
chiesa già aveva rinchiuso
delle truppe di fanteria nostre prigioniere.
Il fuoco da ambo le parti, lento nella
notte, si fece sul mattino più
intenso a zone e numerose mitragliatrici
furono dal nemico portate in linea;
poi aprì il fuoco anche con
Artiglieria. Verso le 12 vi fu un
attacco al paese, alcuni reparti nemici
vennero all'assalto, ma furono respinti.
Gli Sqi. di Novara erano tutti impegnati
nella difesa, ma ogni Squadrone non
disponeva al fuoco che di circa 60
moschetti. La mancanza di uomini era
dovuta alla malaria che aveva decimato
gli Squadroni, mentre i Complementi
che avrebbero dovuto raggiungerci
il 27 ne erano stati impediti.
Una Brigata di fanteria (25° 26°,
Col. Brigadiere Balbi) giunge verso
le ore 11 del 30 a Pozzuolo, dovrebbe
avanzare verso Zugliano, appena uscito
da Pozzuolo però si arresta,
in parte prende posizione a nord ovest
del paese, ma pochi elementi rimangono
poi sulla linea del fuoco mentre il
resto ripiega in paese, dietro i nostri
Squadroni, nelle case e nei cortili.
Verso le ore 13 l'attacco nemico si
fa più intenso e viene rinnovato
l'assalto, ma ancora inutilmente sulle
difese di Novara, mentre verso Sammardecchia
dove sono le difese di Genova, già
si battono per contrastare le barricate.
Il Comandante la Brigata ordina che
uno Squadrone di Novara monti a cavallo
per caricare il nemico onde alleggerirne
la pressione.
Il 4° Squadrone, da me destinato,
(sostituito alle barricate da una
Sez mitragliatrici di fanteria che
era di riserva in paese, e che il
Generale Emo ottiene dal Comandante
la Brigata di fanteria) monta a cavallo
e carica in modo ammirevole e successivamente
diversi reparti di fanteria nemica.
I superstiti si danno alla fuga e
lo Squadrone viene così a compiere
un mezzo giro intorno al paese e rientra
per lo sbocco verso Mortegliano.
La carica ottiene l'effetto di una
mezz'ora di sosta nel combattimento
ed il Comandante la Brigata ne approffitta
per inviare la Comando della VII^
Divisione, a S.Maria di Sclaunicco,
informazioni sulla situazione ormai
assai critica.
Il 4° Squadrone riceve l'ordine
di ritornare alle barricate, fa un
rapido controllo da cui risulta che
molti cavalli sono feriti e che mancano
pochi uomini, mentre il nemico ha
avuto molte perdite che furono distintamente
apprezzate dalle nostre truppe della
difesa che entusiasticamente hanno
assistito alle cariche condotte con
mirabile ordine e slancio.
Nuove fanterie e nuove mitragliatrici
intanto spraggiungono di rinforzo
al nemico. Verso Sammardecchia, Genova
viene respinto dalla barricata da
forze preponderanti le quali dopo
assalti alla baionetta e lotte a corpo
a corpo si infiltrano in paese. La
situazione dei miei Squadroni si va
facendo sempre più grave, il
combattimento a piedi degli Squadroni
è stato ininterrotto dall'alaba
in poi, con parecchi contrattacchi,
lecartucce della dotazione sono state
esaurite da tempo, ma fortunatamente
ho potuto dare un rifornimmento per
alcune casse di cartucce rinvenute
sotto un porticato, ma anche queste
stanno per finire e lo Squadrone mitraglieri
non ha più che pochi caricatori.
Il Generale di Fanteria ed alcuni
Ufficiali di quella Brigata energicamente
intervengono per tentare di portare
le fanterie alla difesa, ma sono impotenti
davanti alla resistenza passiva della
massa e solo pochi uomini ed alcune
mitargliatrici entrano in combattimento.
Verso le 16.30 l'intensificare del
fuoco di mitragliatrici e di artiglieria
segnala per prossimo un altro attacco
generale. Il Comandante la Brigata
di Cavalleria nell'allontanarsi dalla
piazza in direzione delle difese di
Genova mi manda l'ordine di far rinnovare
le cariche al 4° Squadrone. Invio
un ciclista al 4° che subito è
in sella, ed io pure decido di montare
a cavallo col mio Stato Maggiore e
Pattuglia telefonisti pronto a recarmi
alla testa di questo drappello dove
avessi ritenuto essere utile anche
questo piccolo rinforzo, certo più
efficace nel suo intervento a cavallo.
Alcuni nemici già sbucano in
piazza del paese.
Mi giunge avviso che lo Squadrone
di Genova che guerniva la barricata
verso Lavariano è montato a
cavallo ed uscito alla carica, in
pari tempo so che il I° Squadrone
di Novara, esaurite le munizioni,
si è slanciato alla baionetta,
al contrattacco, ed il 5° Squadrone
che opportunamente aveva già
fatto parecchie sortite per allontanare
il nemico, sta per dover fare altrettanto.
Mi sposto verso il 5° Squadrone
e mentre invio l'ordine a questo di
lasciare immediatamente la barricata
e di montare a cavallo provvedo col
mio drappello a prevenire sorprese
di dove Genova ha tolto la difesa.
In pochissimi minuti lo Squadrone
è in sella. Il tiro nemico
continua ad infuriare, e le grida
di assalto ed il suon di trombe ed
il tiro di artiglieria sono al colmo.
Il nemico avanza credendo venire alla
baionetta contro gli appiedati del
5° Squadrone. Mi pongo alla testa
del 5° Squadrone e attarverso
le barricate, mi slancio sul nemico
che avanzando è giunto a pochi
metri da queste. La carica ha facilmente
ragione delle prime truppe sbucate
sulla strada e che venivano all'assalto
sulla barricata, ma in pari tempo
da numerose mitragliatrici nemiche
appostate sulla nostra sinistra, dietro
a filari di viti, ed a feritoie del
muro di cinta del Cimitero, viene
concentrato un violentissimo fuoco
sopra di noi. Giudico subito impossibile
per la natura del terreno e pel fil
di ferro, il volgere la mia carica
su di quelle e decido per sottrarmi
al fuoco di continuare in carriera
per la strada. Però non appena
mi credo fuori tiro ed il terreno
consente mi getto in un campo vicinore
e fatto nuovamente fronte a Pozzuolo
faccio riordinare lo Squadrone. Le
perdite sono state relativamente poche,
il fitto del grandinare delle palle
era passato distintamente sopra le
nostre teste. Mentre mi accingo a
ritornare, attraverso campi, verso
Pozzuolo vengo fatto segno a tiro
vicino di artiglieria e di una mitragliatrice,
i fanti vengono caricati, la mitragliatrice
resta invisibile. I numerosi fossi,
profondi e malagevoli al salto ed
al passaggio, per terreno melmoso
per le continue piogge, mi costringono
a deviare parecchie volte, e mi portano
sulla strada Lavariano-Mortegliano.
Mentre dal campo passo sulla strada,
due mitragliatrici piazzate distintamente
sotto un portico di un cascinale aprono
il fuoco addosso a poche diecine di
passi. Nuova carica su quelle, rovesciamento
di materiale con fuggi fuggi dei superstiti
nemici. Ordino la radunata e mentre
mi avvio alla strada mi viene aperto
il fuoco contemporaneamente e dalla
parte di Mortegliano e dalla parte
Lavariano, un nostro soldato di fanteria
che giaceva ferito ed accovacciato
sul margine della strada, da me interrogato,
dice che Mortegliano è occupato
dai nemici. Preso tra due fuochi comprendo
di essere capitato in un intervallo
di una colonna nemica, e decido per
Mortegliano di portarmi a S.Maria
di Sclaunicco dove avrebbero dovuto
essere il Comando della VII^ Divisione.
Il 5° Squadrone nella radunata
dopo la carica alle mitragliatrici,
nel passare la strada, mi aveva, in
parte, oltrepassato e conosciuto il
mio ordine di marciare su Mortegliano,
attratto dal fuoco nemico già
aveva ripreso la carica; Mortegliano
in quel momento era invece ancora
occupato dai nostri, i nemici avevano
quasi accerchiato il paese e stavano
in quella svolgendo un attacco per
impadronirsene.
Io oramai impossibilitato dato l'andatura,
la strada, il terreno, a riportarmi
alla testa dello Squadrone, ne seguo
la carica. Viene sfondato il passaggio
su Mortegliano attraverso le truppe
nemiche ed in piena carriera si entra
in paese. Le prime truppe italiane
di fanteria che erano alla difesa
del paese, ed in paese stesso si vedono
arrivare quest'ondata violenta di
Cavalleria, non riconoscono la nazionalità
e ci rovesciano addosso un fuoco a
bruciapelo di pistole mitragliatrici
e fucileria. La strada è sgombra
ed il Capitano Scozia comandante il
V° Squadrone, o perchè
non riconosce l'errore dei fanti o
perchè vuol sottrarsi al fuoco
continua in carriera svoltando per
S.Maria di Sclaunicco. Io, che dall'ingresso
in paese, allargandosi la strada,
sto guadagnando terreno, riconosco
le fanterie nostre e lancio il grido:
"Italia" grido che viene
ripetuto dalla colonna; il fuoco dei
nostri su di noi gradatamente cessa
ma parecchi lancieri e cavalli sono
caduti. Nel saltare un groviglio di
questi il mio cavallo fa un mezzo
ruzzolone così da toccar terra
con la testa e coi ginocchi, ma si
riprende ed io rimango in sella, basta
questo tempo perchè la truppa,
che mi segue in carriera, mi sorpassi,
oltrepassi il ponte sul Cormor e scompaia
nella via avvolto dal fuoco concentrato
di fucileria e mitragliatrici nostre
e nemiche.
La massa ha nuovamente sfondato, ma
sarebbe impossibile e puerile voler
da solo, ormai, attraversare quella
zona. Vedo alcuni Ufficiali dei bersaglieri
in un portone, mi indicano il loro
colonnello (del 21°) e mentre
il tiro a raffiche di mitragliatrici
batte la strada, dalle case mi si
grida di sgomberare, riparo in un
cortile, salto a terra, consegno il
cavallo al trombettiere che giunge
correndo dopo aver ruzzolato col cavallo,
riattraverso la strada e mi reco dal
colonnello dei bersaglieri per avere
informazioni sulla situazione e decidere
il da farsi per raggiungere i miei.
Il colonnello dice che da parecchio
tempo stanno combattendo e che in
questo momento si va accentuando un
attacco perlochè non ritiene
possibile l'uscir dal paese, e si
allontana dicendomi che fra poco tornerà
a ragguagliarmi sulla situazione.
Io penso di aspettare che si faccia
più buio per poi tentare l'uscita
dal paese in qualche modo, e rimango
sotto il porticato della casa dove
avevo parlato col colonnello, e che
è adibito a posto di medicazione.
In questo momento giungono a piedi
il Tenente Carlo Basile ed il Maresciallo
Zappatore Coda, contusi in seguito
a caduta per la morte del rispettivo
cavallo, edi Maresciallo Longari del
5° Sq. con tre pallottole in un
braccio; vedo pure a piedi il Cappellano
del reggimento Don Prosocco, ma subito
si allontana per andare alla ricerca
di nostri feriti.
Mentre mi accingo a riattrevarsare
la strada per raggiungere i cavalli,
il fuoco nemico si fa più violento,
con artiglieria e mitargliatrici,
e mentre un temporalone denso e nero
ci avvolge improvvisamente nel buio
si scatena l'assalto nemico, travolge
la difesa del ponte e come una valanga
invade il paese sparando e lanciando
bombe a mano, e plotoni e compagnie
irrompono nelle case. nel sottoportico
dove mi trovo, si rifugiano alcuni
bersaglieri e si continua a sparare
sinchè una bomba a mano lanciata
sul portone fa largo all'ingresso
costringendoci a retrocedere in una
camera vicino, ma subito un forte
nucleo di nemici urlando e sparando
invade anche questa, e forti per armi
e per numero rendono vana ogni difesa,
e ci dichiarano prigionieri.
Non vi sono che 4 o 5 bersaglieri
feriti e doloranti, il Cappellano
dei bersaglieri che presta i conforti
religiosi ad un agonizzante, i due
marescialli, il trombettiere, il Tenente
Basile ed io.
Poco dopo, sulla strada si vede e
si apprende con quali forze è
stato fatto l'attacco di Mortegliano,
il nemico vi ha impiegati 7 Battaglioni
con mitragliatrici, un Battaglione
d'assalto con bombe a mano ed artiglieria
imprecisata.
Il Reggimento in unione al Reggimento
Genova ha quindi contrastato il passaggio
per Pozzuolo del Friuli fino all'imbrunire
del 30, cioè insino a che vi
furono cartucce e forze in mano ai
comandanti, perchè come sopra
detto i tre Squadroni disponevano
ognuno di 70 lancieri circa, ed il
logorio di uomini fu continuo per
tutto il 30.
Il contegno dei reparti in combattimento
fu sotto ogni rapporto degno di elogio.
Ogni ufficiale, ogni Lanciere cercava
moltiplicarsi per rendere maggiormente
efficace la sua opera, lo spirito
aggressivo era generale, il contegno
era da fidi e valorosi soldati, ed
era così di tutti.
La 1^ carica compiuta dal 4° Squadrone
al Comando del Capitano Sezanne riscosse
grida di ammirazione da parte delle
nostre fanterie che vi assistevano,
edi il capitano nel guidare le cariche
fu ardito e calmo ricercando successivamente
vari obbiettivi. Valoroso fu pure
il 1° Squadrone al comando del
Capitano Capasso e poi del Tenente
De Bartolomeis nei ripetuti attacchi
alla baionetta contro forze preponderanti;
ed il 5° Squadrone al Comando
del Capitano Scozia nella difesa del
suo Settore, ed il Capitano Bacci
col fermo impiego dello Squadrone
mitraglieri.
Individualmente poi segnalo l'atto
di valore del Cappellano Prosocco
il quale di sua iniziativa montò
a cavallo ed uscì di Pozzuolo
per la strada di Carpeneto con un
carro che requisì sul posto,
percorrendo la strada sotto il fuoco
nemico per rintracciare un Colonnello
di fanteria gravemente ferito che
era stato segnalato dalle nostre pattuglie.
Caricò sul carro il ferito
e lentamente accompagnandolo stava
per rientrare in Pozzuolo quando sorpreso
da forte nucleo di nemici dovette
sottrarsi al loro fuoco ed alla cattura
colla velocità del suo cavallo.
Spiccatamente ardito fu il trombettiere
Mabellini pietro nell'azione a cavallo
tra Pozzuolo e Mortegliano; egli per
ben due volte vedendo il Colonnello
sottoscritto impegnato nella carica
sulle mitragliatrici e fatto segno
in pari tempo a fuoco di gruppi nemici,
da solo si slanciava sui nemici stessi,
ed il suo valore ebbe ragione sui
molti che in parte atterrava ed in
parte fugava sciabolando e sparando
la pistola con alternata foga.
Le perdite del reparto non mi fu dato
precisarle neppure in modo approssimativo.
Io mi ritrovai miracolosamente illeso
anche dopo il fuoco a bruciapelo dei
nostri e così illeso fui catturato.
Non mi furono sottratti documenti
di sorta; dopo la cattura, nel buio
distrussi gli ordini e le carte di
servizio che avevo con me.
Appena, dopo la cattura, ebbi l'occasione
di dichiarare la mia qualità
di Ufficiale e di Colonnello ebbi
trattamento speciale personale sempre
deferente, ed in special modo da chi
veniva a sapere che ero il Comandante
dei Lancieri di Novara, a Cormons
un aiutante di Campo di un generale
mi disse, in buon italiano, "Voi,
Cavalleria, avete combattuto molto
bene ma inutilmente, mi compiaccio
con lei Colonnello; noi non ci si
immaginava mai la ritirata vostra
al Tagliamento e si calcolava di dovere
impiegare 4 settimane per arrivare
a Cividale."
L'unico interrogatorio subito fu a
Ipplis dove fui richiesto a che Reggimento
appartenevo e dove ero stato catturato
ed alla mia dichiarazione che non
avevo nulla da aggiungere a quei dati
di Reggimento e località non
ebbi altre richieste. Non fui perquisito.
A Mortegliano fui incolonnato cogli
Ufficiali del 38° e 240° Fanteria,
dietro veniva la truppa degli stessi
Reggimenti. Si marciò sino
verso le 23 e si pernottò sui
banchi della Scuola di Pavia di Udine.
Si ripartì alle 9 del 31 e
ci si fermò a sera al ponte
sul Versa presso Cormons, ma essendosi
trovato il ponte distrutto si ebbe
ricovero per la notte nei baraccamenti
in quei pressi, si riparti il 1°
e si andò a Gorizia dove si
pernottò, si ripartì
da Gorizia il 2 Novembre verso le
7 e dopo una diecina di Kilomteri
ci raggiunse un'automobile che aveva
l'ordine di prendervi i tre Colonnelli
(Col. Silvestri del 38°, Col.Taddeini
del 240°; ed io) e si andò
in auto ad Idria, di lì in
auto sino alla stazione di Vert e
quindi in treno sino a Lubiana. A
Lubiana si rimase il giorno 3 e 4,
ed il 5 in treno (3^ classe) si ripartì
per Mauthausen passando per Gratz;
si giunse a Mauthausen l'8 mattina.
Dopo una disinfezione al corredo e
bagno fui inviato al gruppo baracche
ufficiali e vi ebbi assegnata una
camera da solo.
Le condizioni igienico sanitarie del
gruppo vi erano buone, e tali si mantennero
sempre. La vita materiale era possibile,
la razione viveri assegnata dagli
austriaci agli ufficiali era sufficiente
per vivere, tuttavia ho passato parecchie
notti insonni per la fame.
Avendo sofferto subito, appena giunto
a Mauthausen, e dipoi ripetutamente
ed a lungo per nevralgie e flussioni
ai denti, passai i 5 mesi quasi sempre
nella mia camera, e dopo una ventina
di giorni di vita vegetativa avendo
attutito il vivo del profondo dolore
ed accasciamento morale passai le
giornate leggendo libri a caso così
come mi era dato trovare presso gli
Ufficiali del campo.
La disciplina nel campo vi era conservata;
trovai tanto gli Ufficiali che la
truppa molto rispettosi e deferenti.
Ebbi pochissime relazioni col Comando
ed Ufficiali austriaci, avendo avuto
nel Novembre delle flussioni ai denti
ed un accenno di bronchite il tenete
medico austriaco, da me fatto invitare,
venne a visitarmi, ed avendogli esposte
le mie condizioni generali di salute,
ed il desiderio di essere sottoposto
alla visita della Commissione medica
per essere rimpatriato, trovò
che era un pò prematuro, ma
finì coll'aderire. Dovetti
attendere sino ai primi di Gennaio,
e venuta finalmente la Commissione
medica di Linz dopo la visita fui
dichiarato invalido, il rimpatrio
però fù rimandato insino
al 26 Marzo perchè molti altri
avevavno titoli di precedenza o per
gravità di malattia o per visita
anteriore.
La diagnosi in base alla quali ottenni
il rimpatrio non la conobbi, io fui
specialmente visitato in relazione
al forte catarro bronchiale che accusavo
e per il deperimento organico generale
che mi veniva dal fatto di poter mangiare
poco anche di quel poco che mi si
dava per il mal di denti.
Conobbi il Comandante austriaco del
campo solamente ai primi di Marzo
nel giorno che venne il Nunzio Pontificio
M.Valfrè a visitarci.
Non essendo mai uscito dal campo Ufficiali
nulla so dire sulle condizioni dei
Gruppi Baracche di truppa se per non
sentito dire dei patimenti di freddo
e di fame.
A Mortegliano credo effettivamnente
vi fossero 7 Battaglioni ed il Battaglione
d'assalto che un cadetto austriaco,
che ci diceva di odiare i tedeschi
e che parlottava italiano, ci dichiarò
che avevano concorso all'attacco.
Da Mortegliano a Pavia di Udine trovai
il vuoto, non un soldato, non un cenno
di movimento alcuno, a Pavia di Udine
il mattino del 31 vidi poche truppe
di fanteria, poi di nuovo il vuoto
insino a Cormons dove erano invece
parecchi Reggimenti e molta Artiglieria.
Mi si disse, non vidi, che ad Ipplis
vi erano due Squadroni austriaci.
Dopo Gorizia trovai forti agglomeramenti
di truppe che si avviavano all'Isonzo.
debbo dire però che gli austriaci
non ci fecero percorrere gl'itinerari
più brevi, ma dei percorsi
che ogni Comandante di scorta aveva
ricevuto per tassativo in iscritto,
evidentemente per non ingombrare dove
erano le loro truppe. Sulle condizioni
interne dell'Austria non mi risulta
che quanto apprendevo dai giornali
austriaci stessi, e dai commenti che
ne venivano fatti sui forti prezzi
delle derrate.
L'Austria è certamente a corto
di molte e molte materie di necessità,
alimentari e non, ma la popolazione
ha un'educazione sociale assai resistente,
e coloro che non hanno resistenza
in loro stessi temono il gendarme
e la forza; vi fu uno sciopero generale
che serpeggiò nelle principali
città ma durò 24 o 48
ore, ma dai giornali mi parve rilevare
che la popolazione si accontentò
di parole e promesse e nulla più.
Il Reggimento Lancieri di Novara dipendeva
dal Generale Giorgio Emo Capodilista
Comandante la II^ Brigata di Cavalleria.
IL COLONNELLO già Comandante
il Reggimento Lancieri di Novara
Carlo CampariMonza 5 Aprile 1918
Commissione di Interrogatorio dei
prigionieri di guerra in Roma - Seduta
Antimeridiana del 10 Dicembre 1918,
in Roma 743/I Presidenza: S.E. CANEVA,
presenti: S.E. RAGNI, S.E. DE ORESTIS,
On. Prof. STOPPANO
(La seduta è aperta alle ore
9.45)
E'introdotto il Colonnello CAMPARI
CARLO, già comandante del Reggimento
Lancieri di "Novara" (5°)
e attualmente Comandante del Deposito
del reggimento Montebello (Parma).
PRESIDENTE : " La Commissione
sarà grata se Ella vorrà
esporre quanto crede utile per i fini
dell'inchiesta, seguendo come trama
l'azione del suo Reggimento. Noi sappiamo
che esso ha avuta una parte gloriosa
nella ritirata. V.S. è libera
nella sua esposizione; tuttavia sarà
gradito conoscere le di Lei impressioni,
come prigioniero, al campo di concentramento
e quanto altro Ella riterrà
utile alla Commissione a tale riguardo.
CAMPARI: " Il 25 Ottobre 1917
il Reggimento si trovava ad Oderzo
e si accingeva a rientrare in sede
invernale. Nella notte invece si ebbe
l'ordine di recarsi ad AZZANO DECIMO,
ordine comunicato senza spiegazione.
Giungemmo ad Azzano Decimo, ma anche
lì non avemmo nessuna spiegazione.
Però in paese si parlava di
azioni non fortunate sulla nostra
fronte.
Il 26 a mezzogiorno ricevemmo l'ordine
di portarci a Lestizza. Alle 13 il
reggimento era in sella e si incamminava.
Al Ponte della Delizia cominciammo
a vedere un grande agglomeramento
di truppe e di carreggi, e cominciammo
a comprendere il perchè del
nostro richiamo. Ebbi subito occasione
di vedere che il ponte avrebbe potuto
essere oggetto di maggiori cure. Ebbi
a investire un maggiore dei carabinieri
poichè vidi 7 o n8 zappatori
che lavoravano troppo comodamente,
mentre il ponte traballava. Giungemmo
a Lestizza, dati gli impedimenti trovati
lungo la strada, verso le 19 del giorno
27. Subito dopo ebbi l'ordine di mandare
due squadroni verso S. Maria La Longa
per impedire infiltrazioni di pattuglie
nemiche lungo la linea Ferroviaria.
Verso le 3 ricevetti l'ordine di raggiungere
per le 7 del mattino successivo, Trevignano
Udinese, dove si sarebbe trovata tutta
la Brigata di Cavalleria; e qualora
non avessi trovato impedimenti, di
spingermi verso Dolognano, S.Giovanni
di Manzano e Villa Nuova Judrio.
Partiamo nella notte. Già da
due giorni pioveva a dirotto. Alle
7 precise giungemmo a Trevignano Udinese.
Cercai il Comandante della Brigata,
ma esso non c'era ancora: neppure
il Reggimento Genova era presente.
Dopo aver aspettato 10 o 15 minuti,
decisi di proseguire per Dolegnano.
Stavo per incamminarmi quando giunse
il Colonnello Pirzio BIROLI, addetto
al Comando della 3^ Armata, il quale
mi ordinò anzichè di
riprendere la marcia verso Dolegnano,
di rimanere a Trevignano Udinese,
resistendo a tutta oltranza, perchè
noi rappresentavamo l'ala sinistra
della 3^ Armata e dovevamo per tanto
impedire che elementi della 2^ Armata
la quale, a quanto si diceva, era
in grande ritirata, potessero appoggiarsi
verso la 3^ , e portare del disordine.
Nel paese non passavano truppe. C'erano
due battaglioni di Bersaglieri ciclisti
i quali facevano servizio, come fecero
poi servizio sul Torre. La mia missione
non ebbe motivo di esplicarsi. Spinsi
naturalmente le ricognizioni ordinatemi
verso Dolegnano e San Giovanni di
Manzano. Rimasi nella posizione di
Trevignano Udinese fino alla mattina
del 29, quando fummo chiamati dal
Comando della Brigata, il quale ci
spiegò che avevamo l'ordine
di portarsi verso Pozzuolo del Friuli
dove si sarebbe dovuto resistere ad
oltranza per impedire alle colonne
nemiche, che si sapeva discendere
da Udine verso Mortegliano e la strada
Napoleonica, di infiltrarsi. Partimmo
verso la 1. Giunti a Sommardecchia,
avemmo un piccolo accenno di attacco
di fanteria e di mitragliatrici. Furono
mandate innanzi pattuglie, e poscia
si potè entrare a Pozzuolo
dove erano segnalate pattuglie nemiche.
A Pozzuolo il comandante di brigata
assegnò al Reggimento NOVARA
la parte ovest, ed al Reggimento GENOVA
la parte est del paese. Io avevo così
tre sbocchi da guardare. Verso Carpeneto,
verso S.Maria di Sclaunicco e verso
Mortegliano. Il Reggimento GENOVA
aveva altri tre sbocchi. Colà
avemmo ordine di barricarci e rimanemmo
tutto il pomeriggio relativamente
tranquilli. All'imbrunire cominciarono
a sentirsi delle fucilate nemiche,
che nella notte andavano aumentando.
I nostri rispondevano e intervennero
anche le mitragliatrici. Nella notte
si ebbe sentore, dalle esplorazioni
che si mandavano fuori, che la pressione
nemica andava aumentando. Il mattino
verso le 6 essendo la pressione aumentata
ancora, cominciò ad aversi
anche qualche tiro di artiglieria
di piccolo calibro. I nostri squadroni
mitraglieri e lancieri che erano appiedati
alle barricate, furono impegnati.
Verso le 5 poichè la pressione
seguitava ad aumentare, il Comandante
di Brigata orinò che uno squadrone
montasse a cavallo per cercare di
alleggerire un poco questa pressione
che proveniva da Carpeneto. Furono
fatte parecchie cariche molto ben
condotte, e si ebbe una mezz'ora di
calma perchè le truppe giunte
in paese vennero sbaragliate. Lo squadrone
ebbe allora l'ordine di tornare alle
barricate.
In questo frattempo era giunta una
Brigata di fanteria col Generale RAVELLI,
Comandante della 7^ Divisione, ed
io rammento che egli mi disse: "Veda
è stato costretto a venire
il Comandante di Divisione per portare
avanti queste truppe, gaurdi che soldati
passano!". Diffatti i soldati
passavano alla distanza di 3 o 4 passi
l'uno dall'altro, stanchi, accasciati.
Attraverso il paese, essi dovevano
andare ad occupare lo sbocco nord-ovest,
proseguendo poscia in direzione di
Campoformido, invece, appena usciti
dal paese, tutta la Brigata si arrestò,
e fu mandato fuori qualche Battaglione,
che rimase un quarto d'ora e venti
minuti al di là delle nostre
difese e poi si ritirarono nei pressi
del mio primo squadrone. Tutta la
Brigata si disperse nelle case e nei
cortili e riempì il paeses,
mentre sulla linea non rimase che
un paio di compagnie. Vidi distintamente
il Col. Brig. CARPI che correva con
l'Aiutante di Campo cercando di portare
innanzi le compagnie perchè
resistessero. Ricordo che egli cercava,
con uno scudiscio in mano, di portare
quei soldati con la forza; ma quelli
lo guardavano con l'aria intontita
di gente stanca, con quell'aria intontita
con la quale li avevo veduti passare
prima. Io pensavo che quei soldati
avrebbero combattuto ben poco. In
ogni modo, non potendo rimanere colà,
mi portai al centro del paese. Mi
disse in seguito il Comandante del
I° Squadrone che il Col.CARPI
deve avere sparato qualche colpo di
pistola contro gli sbandati; ma quelli
presero tranquillamente le loro revolverate
nella pancia e non si mossero. Ciò
per altro era proprio da attribuire
alla stanchezza e allo abbrutimento.
Non so se quella Brigata avesse mangiato
o meno: certo era molto stanca perchè
anche essa doveva provenire o da Trevignano
Udinese o dal Torre.
Più tardi la pressione nemica
aumentò fortemente. Il Reggimento
Genova, frattanto, aveva avuto le
sue barricate prese dal nemico.
Uno Squadrone, pure del Reggimento
Genova, che guarniva l'uscita verso
Lavariano, era montato a cavallo.
Verso le 16.30 il mio I° Squadrone
aveva dovuto andare alla baionetta
perchè non aveva più
cartucce. Esso, avendo ultimata la
sua dotazione era rimasto sprovvisto
di munizionamento. Per altro io avevo
trovato sotto il Municipio alcune
casse di cartucce che avevo fatto
distribuire, e con le quali ero potuto
giungere fino alle 16.30. Terminate
anche queste, il I° Squadrone
si decise di andare alla baionetta.
Esso era ridotto a 70 uomini. Infatti
vi era stata dapprima una riduzione
a 100 uomini, poscia, per la malaria
contratta a Isola Morosini, gli squadroni
erano andati man mano assottigliando.
Per tutto il mese di settembre seguitai
ogni mattina a richiedere forze. Di
più il medico disse che se
non si cambiava aria, i miei uomini
avrebbero sempre peggiorato. Tuttavia
non si credette di mandarci via. Così
i miei squadroni erano ridotti ad
una media di 70 uomini ed il mio 2°
Squadrone non aveva più di
30 35 uomini, pertanto a Lestizza
dovetti lasciare questo 2° Squadrone
al completo col Capitano e tutti gli
Ufficiali, ai quali assegnai la direzione
di tutte le impedimenta. Una ventina
di uomini, rimasti dal 2° Squadrone
vennero da me assegnati come scorta
allo squadrone mitraglieri.
Il 1° Squadrone, andato alla baionetta,
si comportò molto brillantemente;
ma dopo cinque minuti, si può
dire, esso non esisteva più.
Infatti al primo momento il nemico
rimase colpito nel vedere quel nucleo
andare alla baionetta contro forze
superiori; ma poi lo squadrone subito
fu preso in mezzo e scomparve.
Io sapevo che il 5° Squadrone
che guardava verso Mortegliano, si
trovava nelle stesse condizioni; non
aveva più cartucce ed era già
andato due volte alla baionetta. Pensai
che in quelle condizioni l'unica cosa
era montare a cavallo anzichè
fare la fine del topo, tanto più
che sapevo che la falla verso Lavariano
era aperta perchè lo Squadrone
del Reggimento Genova era munito di
cavalli. Dato l'ordine di montare
a cavallo al 5° Squadrone, io
con tutto lo stato Maggiore, mi posi
a guardare l'uscita verso Lavariano
per non essere preso alle spalle.
Frattanto, essendo stati avvertiti
che il nemico si avanzava attaccando
alla baionetta, uscimmo dalle barricate
verso Mortegliano che erano disposte
a zig-zag, e trovammo un primo gruppo
di nemici che travolgemmo sotto le
zampe dei cavalli. Però dal
muro del cimitero, il nemico aprì
una doccia di mitragliatrici in grande
stile. Saranno state dieci o quindici
mitragliatrici. Per fortuna il cimitero
era un poco in rialzo, sicchè
le pallottole passavano opra la nostra
testa. Passammo così per circa
un chilometro sotto la doccia delle
mitragliatrici. Appena sentii che
il fuoco diminuiva diedi l'alt e feci
di nuovo fronte a Pozzuolo.
Visto che lo Squadrone era quasi al
completo, decisi di ritornare a Pozzuolo
del Friuli per provare a riattaccare
le forze che investivano il paese.
Ma c'era da passare una quantità
di fossi grandi e piccoli che non
era possibile saltare, e nei quali
ci infangammo profondamente. Avendo
incontrato nuovamente delle mitragliatrici
o della fucileria, caricai queste
mitragliatrici e questa fucileria,
e dopo diversi giri andai a finire
sulla strada che da Pozzuolo mena
a Lavariano. Anche qui un gruppo di
mitraglieri, da una tettoia di casa
rustica, aprì il fuoco contro
di noi a dieci metri di distanza;
ma i nostri furono molto svelti, e
le due mitragliatrici furono travolte
ed i mitraglieri sciabolati di santa
ragione.
Intanto però veniva aperto
il fuoco contro di noi, sia dalla
parte di Mortegliano, sia dalla parte
di Pozzuolo. Con rapidità di
ragionamento compresi che la massa
nemica, travasata oltre Pozzuolo,
si digeva verso Mortegliano. Pensai
pertanto essere inutile che io mi
recassi nuovamente a Pozzuolo, e sapendo
che il mio comando di Divisione trovavasi
a Lestizza, decisi di partie in testa
per anadre a raggiungerlo.
Frattanto da un soldato di fanteria
avevo saputo che Mortegliano era già
in mano agli austriaci, e pertanto
decisi di caricarli alle spalle; e
così potei sfondare gli austriaci
che attaccavano il paese e penetrarvi.
A Mortegliano c'erano dei nostri reggimenti,
i quali, non avendo compreso che noi
eravamo italiani, ci accolsero con
una scarica non indifferente di pistole
mitargliatrici, buttando giù
trenta o quaranta uomini. Mentre,
con la sciabola sguainata, gridavo:
"Italia! Italia! Italia!"
presi un ruzzolone e andai a finire
con il cavallo per terra.
Intanto, dalla parte della strada
verso Lestizza, dove nostri difendevano
il paese, si svolgeva un attacco austriaco.
La nostra massa aveva sfondato ed
era uscita verso Lestizza, dirigendosi
su questo paese.
Rialzatomi appena da terra dopo la
caduta di cui ho parlato, mi trovai
solo. In quella gli austriaci cominciarono
ad attaccare. Vidi a destra un gruppo
di Ufficiali dei Bersaglieri, che
cominciarono a gridarmi: "Via
dalla Strada! Via dalla Strada!"
Chiesto che cosa setsse avvenendo,
mi riposero che dalla mattina si erano
avuti in continuazione dei leggeri
attacchi, ma che in quel momento gli
attacchi andavano fortemente accentuandosi.
Un Colonnello dei Bersaglieri mi disse
che non vi era neppure la possibilità
di pensare di poter uscire subito
dal paese e ceh pertanto mi avrebbe
indicata la direzione dalla quale
avrei potuto sperare di uscire quando
fosse stato più buio. Mi accostai
allora ad una donna alla quale chiesi
per favore un bicchiere d'acqua. In
quel momento sopraggiunse un Tenente
di Cavalleria, addetto con una sezione
mitragliatrici al battaglione bersaglieri
il quale mi disse che il nemico aveva
sfondato. Si videro distintamente
le masse nemiche che entravano dirette,
e senza neppure guardarci, mentre
noi eravamo presso un portone, proseguivano.
Passata appena una compagnia di truppe
alpine, sopraggiunse un'altra massa
nemica che cominciò a gettarsi
sulle case, parte a destra e parte
a sinistra, nonostante che tre o quattro
bersaglieri ed il mio trombettiere
sparassero. Il nemico sparò
contro di noi una bomba a mano, e
noi fummo pertanto costretti a gettarci
nel portone. Allora i nemici penetrarono
come una valanga e ci dichiararono
prigionieri, nel mentre gettavano
una seconda bomba nel portone.
Io avevo ancora la pistola attaccata
dietro la bandoliera, e non feci in
tempo a distaccarla, perchè
fui subito dichiarato prigioniero
mentre discutevo col Ten. Boulè
sul modo di sottrarci alla cattura.
Seppi in seguito che in Mortegliano
c'erano il 38° e il 240° Reggimento
Fanteria, che erano per l'appunto
quelli che mi avevavno accolto con
le pistole mitargliatrici. Uscendo
sulla strada, una mezz'ora dopo essere
stato perso prigioniero, vidi una
colonna immensa di prigionieri: erano
quei due reggimenti che erano stati
catturati.
In seguito, durante la marcia, potei
ricostruire il motivo per il quale
quei due reggimenti non avevano combattuto.
Essi debbono essere arrivati in paese
verso le 14 o le 15 del giorno 30,
e non avendo trovato da mangiare,
il Colonnello deve aver dato l'ordine
di cercare quello che c'era in paese.
Allora i soldati si intrufolarono
nelle case, donde non furono potuti
tirar fuori facilmente al momento
del combattimento. Essi ritenevano
forse di essere largamente in zona
nostra e non supponevano di essere
in zona di grande combattimento. S'erano
quindi posti con tutti i loro agi
a fare la polenta o a preparare altri
cibi quando furono sorpesi dall'attacco
iniziale nemico. Durante tutta la
giornata però, a quanto mi
riferì il Colonnello dei Bersaglieri,
gli attacchi nemici erano stati di
piccola quantità. Intanto il
nemico aveva a poco a poco accerchiato
il paese, e verso le 18 aveva fatto
l'attacco in grande stile, lanciato
il quale le nostre truppe non avevano
fatto in tempo a venire fuori dalle
case per difendersi.Fummo avviati
per Pavia d'Udine, ad Ipplis, a Cormons
e a Gorizia, ma percorrendo dei vasti
zig-zag. Noi che conoscevamo bene
il terreno, chiedevamo di fare un
percorso diretto, ma ci veniva riposto:
" Nein! Nein!".
Da Mortegliano ad Udine non incontrai
anima viva; c'era il vuoto perfetto;
e pensai che colà con la Divisione
di Cavalleria montata a cavallo ci
sarebbe stato molto da lavorare. Così
pure il vuoto completo trovai fino
a Cormons.
A Cormons trovai numerose batterie
di artiglieria nemiche.
Colà un Capitano di Stato Maggiore
austriaco, addetto ad un Comando di
Divisione, che parlava benissimo l'italiano
e che gentilmente ci dette qualche
cosa da mangiare, mi disse: "Il
vostro CADORNA è diventato
pazzo! Ritirarsi al Tagliamento? Noi
calcolavamo di mettere quattro settimane
per arrivare a Cividale!"
Io non avevo nulla a dire, e sentii
i suoi commenti senza rispondere.
Altra truppa la trovai poi a Gorizia,
ove cominciò il vero saturamento
delle truppe, tanto vero che ci fecero
aspettare per circa due ore sulla
strada, ove erano anche delle truppe
tedesche.
Da Gorizia fui inviato a Lubiana,
e lungo la strada, fui fatto salire
in automobile insieme coi comandanti
del 38° e del 240° Reggimento
Fanteria. Da Lubiana fui mandato al
campo di concentramento di Mauthausen.
A Mauthausen ebbi occasione di osservare
come gli austriaci rispettassero moltissimo
chi sapeva stare al suo posto, mentre
insolentivano contro chi non aveva
un certo prestigio. Naturalmente la
truppa, che aveva fame e freddo, aveva
motivo per non stare al suo posto,
e ad essa venivano fatti tutti i dispetti
possibili.
Noi Ufficiali patimmo la fame per
i primi due o tre mesi cioè
fino a quando non cominciarono ad
arrivare i pacchi. Ma io non andavo
a domandare quello che capivo non
mi si poteva dare. Ecco perchè
sono sempre stato fatto oggetto di
rispetto. Così non mi sono
mai permesso di andare a fare delle
chiacchere col comandante del campo,
perchè capivo che se c'era
qualcheduno che avrebbe avuto interesse
a sapere qualche cosa dell'altro,
questi era lui e non io. Mi appartai
quindi per sistema; tanto che il comandante
del campo, presentandomi un giorno
a S.E. VALFRE' DI BONZO (*), gli disse:
"Questo è un Colonnello
che non si vede mai". E questo
è il più bello elogio
che io potessi aspettarmi come Ufficiale
prigioniero.
Avendo spesso occasione occasione
di uscire dai reticolari per recarmi
alla visita medica per male ai denti,
guardavo dall'alto in basso le sentinelle
austriache, le quali così mi
salutavano. Spesso la mattina vedevo
dei lunghi convogli di bare che venivano
portate al Cimitero accompagnate dalla
musica. Vedevo anche girare in distribuzione
delle scodellette di acqua e rape.
Si capiva che le truppe morivano di
inedia; mentre noi ufficiali, per
quanto non fossimo in villeggiatura,
e dovessimo religiosamente tener da
conto il pezzettino di pane la mattina
per la sera. avevamo qualche cosa
da mangiare.
Al campo arrivavano i giornali austriaci,
nonchè il "Lavoratore"
giornale socilaista di Trieste. Tra
quello che potevo leggere io direttamente
e quello che mi traducevano glia latri,
ero riuscito a capire che la popolazione
austriaca soffriva la fame, e soffrendo
strillava sul "Lavoratore"
insolenze di tutti i toni. Però
anche un anno prima strillavano allo
stesso modo, così mi dissero
i prigionieri che erano al campo prima
di me; onde io compresi che, se gli
strilli erano gli stessi, il malanno
era peggiorato di un anno. Vi furono
anche delle agitazioni e degli scioperi
generali "ad oltranza" ma
bastava tirar fuori un paio di mitargliatrici,
e lo sciopero non durava nemmeno ventiquattro
ore. A Trieste avvenne lo stesso.
C'era una grande disciplina interna;
e chi da altra parte non aveva questa
disciplina interna, aveva paura delle
mitragliatrici.
Queste sono le mie impressioni da
prigioniero."
PRESIDENTE: " Voglia S.V. riferire
quanto Le consta circa la condotta
dei nostri soldati."
CAMPARI: " A questo riguardo
ho dovuto purtroppo constatatarecome,
cominciando dagli Ufficiali, essa
era tutt'altro che dignitosa. In treno
dovetti ordinare ad un Capitano di
recarsi in uno scompartimento di subalterni
i quali si permettevano addiritura
il lusso di cantare delle canzonette.
Purtroppo nella massa degli Ufficiali
c'era uno "stock" di subalterni,
specialmente di aspiranti, di Ufficiali
fatti a "macchinetta" che
non avevano lo spirito militare nè
civile che si conveniva alla dignità
del loro grado.
Così pure le truppe cantavano
per la gioia di non dover più
combattere. L'idea che io mi son formato
a tale riguardo è questa: che
i soldati, stanchi dallo stillicidio
della vita di trincea, ove vedevano
in continuazione morti, feriti, ed
ammalati, vedessero la prigionia come
unica liberazione e che pertanto si
siano lasciati prendere per la gioia
di non combattere più.
Nel campo, dei discorsi tra Ufficilai
prigionieri, si cercava naturalmente
di formarsi una idea del modo come
fosse potuto avvenire un così
immane disastro. Molti Ufficiali di
artiglieria, per la loro particolare
competenza, attribuivano gran parte
della causa di esse allo schieramento
della artiglieria, fatto troppo arditamente
in linea e troppo poco in profondità."
PRESIDENTE: " Può dire
qualche cosa riguardo i Comandi? "
CAMPARI: " Non ho mai avuto occasione
di sentire critiche all'azione dei
Comandi "
PRESIDENTE: " Che cosa si diceva
circa il governo degli uomini? "
CAMPARI: " Si diceva che vari
Deputati avevano segnalato al Governo
che tra le truppe circolava un certo
malcontento; ma che nessuno aveva
voluto ascoltare tali avvertimenti.
Si diceva che si andava vieppiù
infiltrando il desiderio di finire
una buona volta la vita di trincea
e non combattere più.
C'era per di più un altro fatto:
che quando qualche comandante di Reggimento,
che sapeva che lo spirito delle sue
truppe non era troppo buono, veniva
interrogato in proposito, rispondeva
che esso era ottimo; perchè,
se non avesse risposto così,
sarebbe stato mandato a spasso. Nomi
non potrei farne: ma queste erano
le chiacchere che si ascoltavano girando
per il campo. "
PRESIDENTE: " Che cosa può
dire delle sue truppe? "
CAMPARI: " Non posso dire delle
mie truppe se non quello che dissi
il giorno successivo al combattimento:
" Auguro a tutta l'Italia di
avere Soldati come i miei " .
I miei soldati si facevano in quattro:
correvano a destra e sinistra, sparando,
senza che neppure un caporale dovesse
darne loro l'ordine. Non parliamo
poi di quando erano a cavallo: nessuno
avrebbe saputo trattenerli. Sia naturale
eccitamento che si prova a cavallo,
sia la soddisfazione effettiva che
provano nell'andare alla carica, essi
si comportarono così brillantemente
che, ripeto, avrei augurato che tutta
l'Italia avesse avuto soldati così
magnifici. "
PRESIDENTE: " In quali condizioni
si trovavano in quei giorni i cavalli?
"
CAMPARI: " In condizioni che
in me destavano meraviglia. Essi mangiavano
sempre, come e dove potevano. Dopo
tanti anni di vita militare e di campo,
non c'era più bisogno di raccomandare
ai soldati di aver cura dei propri
cavalli e di farli mangiare e bere
abbondantemente. In quei giorni, avendo
i cavalli mangiato relativamente bene,
erano in perfette condizioni ed avevano
una grande resistenza. Infatti vi
furono dei cavalli che andarono alla
carica pur avendo sei o sette pallottole
nella pancia. Se il cavallo non è
colpito in organi vitali, esso offre
anche ferito una grande reistenza.
Quanto ai soldati, anche quando non
era più possibile fare il rancio,
essi poterono sempre mangiare con
quello che era possibile requisire."
PRESIDENTE: " La Commissione
ringrazia la S.V. "
(il teste è licenziato)
(*) Teodoro Valfrè di Bonzo
Nunzio Pontificio in Austria dal 13
settembre 1916
Estratto da "http://it.wikisource.org/wiki/Relazione_sui_combattimenti_di_Pozzuolo_del_Friuli_1917
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